Gloria e miseria del periodo dannunziano a Fiume: Il numero unico

13/01/2019 Oliviero Emoroso Emissioni

A Fiume si soffre la fame…

Dopo i primi mesi dell’impresa di Fiume ad opera di d’Annunzio e dei suoi legionari, per la popolazione fiumana l’euforia cede il passo ai problemi quotidiani.

La città è stretta dal blocco militare, un blocco, a dire il vero, abbastanza morbido. Il Governo italiano, infatti, non intende sigillare la città, già isolata sul versante croato e consente alcuni transiti mirati.
Non possono passare armi, munizioni e quant’altro connesso alle attività belliche, inclusi i rifornimenti di materie prime.

Tuttavia, il grosso delle difficoltà nasce proprio dalla scarsità delle materie prime; in loro mancanza viene meno la linfa vitale delle industrie fiumane, che non sono più in grado di produrre.

Le industrie sono il cuore dell’economia fiumana; esse creano prodotti, lavoro, ricchezza.

Poco alla volta chiudono sia le grandi, sia le medie.
Poi è il turno delle piccole attività: artigiani e commercianti, cui l’impoverimento generale impedisce ogni guadagno.

Anche i magazzini del porto, dopo la vendita delle merci dell’esercizio austro ungarico, il cui ricavato ha a lungo soddisfatto le esigenze finanziarie dell’amministrazione locale, sono ormai vuoti.

Le vie, prima pulsanti di vita, si trasformano: un lungo, desolante succedersi di saracinesche abbassate.

In alcuni luoghi si incontrano, sempre più numerosi, nullafacenti e mendicanti, anche giovanissimi. Ci sono donne che si allontanano dalla famiglia per adescare qualcuno dei numerosi militari presenti.
Insomma, si profila una grave crisi sociale.

 

…e si vive un clima di esaltazione.

Le autorità, tuttavia, reagiscono come possono.

Già nell’ottobre 1919 giunge notizia del grande successo dell’Ufficio colpi di mano, alla cui guida “il grande uscocco”, G. d’Annunzio, ha posto un suo fedelissimo, Guido Keller.

Gli uscocchi, così amano definirsi gli uomini di Keller, dal nome degli antichi pirati che tanto tormentarono la Serenissima, hanno catturato il mercantile Persia, carico di armi.

Si succedono poi atti di pirateria sia marittima, sia terrestre, nei depositi delle truppe italiane che circondano la città. Vengono razziati cibo, armi, cavalli e quant’altro possibile.

Ma è una goccia nel mare dei bisogni di 50.000 abitanti da sfamare, cui si sono aggiunti circa 10.000 legionari.

Allora occorre tenere alti gli spiriti, rivendicare l’onore e la dignità di un popolo che resiste.

Si organizzano raduni, sfilate, celebrazioni; si arricchisce la vita pubblica di occasioni per premiare i più meritevoli, conferendo medaglie, riconoscimenti; si rende onore alla bandiera e  si curano nei dettagli le occasioni utili a manifestare spregio per le  difficoltà materiali.

Nel frattempo, il Comandante conduce una vita brillante e riceve a Palazzo gli illustri personaggi che lo raggiungono per esprimere sostegno alla causa Fiumana o per unirsi alla stessa.

Insomma, la città si sveste delle proprie miserie per cingersi di gloria.

 

Una memorabile asta di beneficenza.

Nell’ambito delle iniziative finalizzate ad alleviare le difficili condizioni di vita della popolazione venne organizzata una grande asta di beneficenza a favore dei bambini poveri di Fiume. 

Serviva un oggetto di valore ed in quei tempi difficili i proventi della vendita di francobolli rappresentavano uno dei pochi introiti certi.

Fu il  tenente colonnello Vittorio Margonari, direttore dei Servizi di Commissariato e Contabilità dei Legionari, il quale a fronte di un G. d’Annunzio “grande uscocco”, si autodefiniva ironicamente “il ricettatore Margonari”, a concepire l’oggetto della grande asta, il c.d. numero unico.

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Venne ritagliato il tondo di un’immagine di Gabriele d’Annunzio in divisa da lanciere ed incollato al centro di un francobollo da 15 cent. del tipo “Pro Fondazione Studio” sovrastampato “Valore globale”, emissione del 3.12.1919, al posto della lupa romana.
Il francobollo venne apposto assieme ad un normale 20 cent. su una busta indirizzata al colonnello Margonari e bollata postalmente in data 16 gennaio 1920.

Il Comandante provvide anche a firmare la busta ed i francobolli ed a munirla di una dichiarazione autografa, su un foglio con en tete comprendente insegne romane ed il motto “Hic manebimus optime”.

In essa assicurava che il francobollo era “unico”; non era né sarebbe stato eseguito in serie avendo egli già approvato altri tipi di francobolli con la propria effigie disegnati da Guido Marussig.

L’asta ottenne un grande successo: la busta venne veduta, alla cifra per l’epoca enorme, di 50.000 lire.

Non è noto l’acquirente, che potrebbe essere stato il Sen. Giuseppe Cesare Borletti, imprenditore milanese, nazionalista ed interventista della prima ora,  amico personale e finanziatore di d’Annunzio.

Celio Rabotti, infatti, in un suo articolo, fa riferimento ad un documento munito di vistosi sigilli di ceralacca, che parrebbe essere quello accompagnatorio della busta Margonari.

 


Circa l’unicità del francobollo.

Quando G. d’Annunzio scrisse che il francobollo sarebbe rimasto unico, riferiscono alcune fonti, si avvalse di una “piccola bugia, certamente utile per la nobile causa”.

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Su un’altra busta, con il medesimo francobollo e con annullo di favore, infatti, il Comandante al posto dell’indirizzo aveva vergato un proverbio dell’antica Veglia: “Biàla la vigna pàuca la jòvia” (bella è la vigna l’uva è poca).

All’interno una cartolina del 24 febbraio 1920, fittamente scritta dal Margonari alla moglie, affrancata con il c.d. numero unico privo di annullamento. Vi è contenuto un duro sfogo del Colonnello:

“…omissis… qui sempre grande entusiasmo per la nostra causa che vinceremo. E’ questione di tempo.Certo che dopo le infamie dei cari fratelli italiani cominciamo a stimare i croati!!”

La cartolina è attualmente conservata presso il Museo del Vittoriale degli Italiani.

In una seconda cartolina, recentemente ceduta ad un’asta Laser Invest, anch’essa datata 24.2.1920 ed affrancata con il c.d. numero unico non annullato, Margonari scrive un messaggio per la figlia,  facendole presente  che il pezzo che affranca la cartolina “… omissis… è un francobollo di mia speciale fabbricazione”, a conferma del fatto che ne fu egli stesso artefice.

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E’ conosciuto, infine un pezzo sciolto, gommato, con annullo, ritengo, di favore, “Fiume AC 1 AC 25.6.1920”.

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Come si può constatare il c.d. numero unico tale non è; comunque ne esistono pochissimi pezzi: si contano sulle dita di una mano.

 

Il numero unico è un francobollo? Spiegazione di un’ingiustificata diffidenza.

Questo francobollo è stato sempre snobbato dai cataloghi ed in parte anche dai collezionisti. L’Enciclopedia dei Francobolli, citata dal Sirsen, lo definisce “un esemplare cosiddetto di fantasia”, altri lo definirono “un fotomontaggio filatelico”.

Si deve aggiungere che nel tempo, con l’emergere della non effettiva unicità, è anche cresciuta una certa diffidenza. Non è un caso che il prezzo di vendita di questi rarissimi pezzi, ancorché essi rappresentino dei veri e propri pezzi di storia, non abbia mai raggiunto picchi troppo elevati, tranne, appunto, che nel corso della memorabile asta del gennaio 1920.

In occasione dell’ultimo passaggio di mano, avvenuto in asta “Il Ponte” a Milano il 15 maggio 2018, la busta Margonari, completa della dichiarazione autografa di d’Annunzio, ha spuntato una decina di migliaia di euro, lontano dal prezzo pagato nel 1920, che oggi ammonterebbe ad oltre 56.000 euro.

Dobbiamo ritenerlo un semplice cimelio storico, al pari di un autografo dannunziano, un ricordo, un prodotto di fantasia o cos’altro?

Tornano qui alla mente certe dissertazioni su cosa debba intendersi per “francobollo”, meglio, su cosa lo distingua da un’etichetta di produzione privata.

Nel tempo si sono succedute le più varie teorie, nessuna delle quali, per la verità, del tutto soddisfacente.

Per certo il c.d. numero unico non fu mai venduto alle poste né ebbe un effettivo uso postale.

Ma queste non paiono caratteristiche indispensabili: prescindendo dal fatto che oggi le Poste vendono i prodotti più svariati, che certamente non sono francobolli, né hanno uso postale, sono universalmente riconosciuti come francobolli pezzi che dagli uffici postali non sono neppure transitati.

Un caso per tutti: il Volo di Ritorno.

Condivido, con altri, l’opinione che occorra risolvere il problema, non sul piano delle opinioni personali, per quanto qualificate, bensì in base alle regole del mondo giuridico.

Dobbiamo attenerci, pertanto, agli atti dell’Amministrazione: francobollo è,  a tutti gli effetti, quello che viene dichiarato volontariamente come tale da una autorità della Pubblica Amministrazione nell’esercizio di un potere amministrativo.

Qui entrano nel nostro ragionamento alcuni elementi ineludibili: 1°) Il Comandante d’Annunzio era la massima autorità politico – militare ed amministrativa di Fiume; 2°) egli aveva il potere di autorizzare l’emissione di francobolli 3°) lo fece effettivamente nell’esercizio di un potere amministrativo, volendo creare un francobollo raro il cui ricavato fosse devoluto ad un fine benefico.

La volontà di esercitare il potere necessario alla creazione di un “francobollo” è chiaramente espressa in apposita dichiarazione.

A fronte di questi elementi indiscutibili, ogni dubbio circa il fatto che il numero unico sia da considerare un francobollo va respinto, così come il censimento degli esistenti, consente, ormai di avere certezza del fatto che ci troviamo in presenza di pezzi di grande rarità.