Il caos valutario del periodo interalleato: dalla corona ungherese a quella fiumana

29/10/2015 Oliviero Emoroso Moneta

La valuta in circolazione a Fiume, prima del crollo dell’ impero, è la corona ungherese, suddivisa in 100 filler, ossia in centesimi, che vale circa 1,05 lire italiane. Il 17 novembre 1918 le truppe italiane   e, più tardi, alcuni contingenti alleati, entrano in Fiume, insediandovi il Comando interalleato; se ne allontanano, invece, i croati del Reggimento Jellacic. Con la presenza dei militari italiani cominciano a circolare le lire italiane, mentre la valuta emessa dallo Stato sconfitto subisce una rapida svalutazione.

Vengono al pettine i nodi della politica valutaria seguita per rispondere alle crescenti esigenze belliche, in quanto la Banca centrale ha fatto stampare grandi quantità di banconote, senza curarsi di difendere in alcun modo il valore della moneta.

Nei territori che vanno affrancandosi dal controllo centrale, la corona ungherese viene scambiata a non più del 20 per cento del suo valore originario; a Trieste, nella Venezia Giulia ed anche a Fiume, la politica di sostegno alle popolazioni redente consente alla moneta di mantenere un valore maggiore.

Questo fatto favorisce gli speculatori: vengono acquistate corone svalutate a prezzi sempre più bassi per importarle nelle zone redente e convertirle poi nella più solida valuta italiana. L’effetto per la popolazione, specie per quella parte che trae il proprio reddito svalutato dalle casse pubbliche, è ovviamente drammatico. Ma grave è anche la situazione di chi esercita i commerci o che lavora per imprese private e riceve, in cambio delle proprie merci o del proprio lavoro, moneta di scarsissimo valore.  Ben presto, le autorità sono costrette a porre un freno introducendo apposite misure tese a scoraggiare queste speculazioni.

Il Comitato del Consiglio Nazionale, infatti, con Decreto 6 marzo 1919 n. 1670, cerca di “impedire l’ulteriore importazione a Fiume e nella Venezia Giulia di valuta dell’ex Monarchia austro-ungarica”. Pochi giorni dopo, tuttavia, deve riconoscere che l’illecita speculazione sulla lira italiana “ha frustrato” le proprie disposizioni e con Decreto n. 2300 del 3.4.1919, a firma del Presidente Antonio Grossich e del Delegato al Commercio e Industria Idone Rudan, in vigore dal giorno successivo alla pubblicazione sul Bollettino ufficiale del Consiglio Nazionale,  stabilisce: “fino ad ulteriore disposizione, non sarà accettato il pagamento in lire italiane”.

L’adozione di un provvedimento di questo tipo era un atto quasi dovuto: la lira era la valuta di uno Stato estero e non avrebbe avuto motivo di circolare ufficialmente. Altro discorso è quello della reale efficacia del provvedimento stesso, posto che i militari ricevevano valuta italiana dalle loro famiglie e la spendevano sul posto, così come dai territori esterni, dove erano ancora valide le corone ungheresi, queste continuavano ad essere introdotte abusivamente, né era stata assunta alcuna misura per bandirle dall’uso corrente.

Allo scopo di mettere un po’ d’ordine nella situazione monetaria, Antonio Grossich e Idone Rudan sottoscrivono il 15 aprile 1919 il Decreto del Comitato Direttivo del Consiglio Nazionale n. 2557. Il Decreto, composto di solo tre brevissimi articoli, entra in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sul Bollettino ufficiale del Consiglio Nazionale, cioè il 19 aprile; esso conferisce “corso legale alle banconote portanti la soprastampa ‘Città di Fiume’”. L’art. 2, inoltre, statuisce che le casse pubbliche non possano più accettare in pagamento altre banconote all’infuori di quelle soprastampate. Il divieto, dunque, è limitato alle sole casse pubbliche, lasciando sotteso che analogo divieto non sussista per le transazioni tra privati.

La lira italiana non ha “corso” in città, meglio, non ha corso legale; essa è sempre circolata dopo l’ingresso delle truppe italiane, ma non può sostituirsi ufficialmente alla valuta di un’entità territoriale autonoma, quale è la città di Fiume durante il periodo interalleato. Il rapporto di cambio fissato per le banconote munite della nuova sovrastampa è di 2,50 corone per una lira italiana.

La fissazione di questo valore non servirà a prevenire svalutazioni della corona fiumana, ma ha, evidentemente, lo scopo di sostenere la neonata moneta, anche negli scambi con l’estero.

La sovrastampa viene effettuata a mano con un bollo a doppio cerchio, di colore nero o bleu e del diametro di 30 mm., che all’interno porta, tra due fregi, la scritta disposta su tre righe “CITTA’ DI FIUME”.
Julian Dobrinic tratta l’argomento alle pagine 74 e seguenti dell’opera Rijecka Numizmatika, edita dal Museo Cittadino di Fiume. Si tratta di un volumetto assai ben fatto, con una catalogazione dettagliata e ben documentata fotograficamente. Egli definisce questo bollo “romano”; esso sarebbe servito a sovrastampare banconote per una somma complessiva  di 47.743.190 corone. Avrebbero ricevuto l’impronta banconote di tutti i valori tranne quelle da 25 e 200 corone, emissione del 27.10.1918, quelle da 20 corone della II emissione, nonché da 10.000 corone del 2.11.1918.

Sullo Standard Catalog of World Paper Money di Albert Pick, stampato a Monaco, edizione 1975,  viene riportata la seguente catalogazione delle banconote con timbro circolare a mano:

1 corona – tipo del 1.12.1916; idem con serie oltre il 7000; 2 corone – tipo del 5.8.1914; idem – tipo del 1.3.1917; idem – tipo del 1.3.1917 con serie oltre il 7000; 10 corone – tipo del 2.1.1904; idem – tipo del 2.1.1915; 20 corone – tipo del 2.1.1907; idem – tipo del 2.1.1913; idem – tipo del 2.1.1913 seconda tiratura; 50 corone – tipo del 2.1.1902;  idem – tipo del 2.1.1914; 100 corone – tipo del 2.1.1910; idem – tipo del 2.1.1912; 1000 corone – tipo del 2.1.1902.

Le operazioni di bollatura si rivelano tutt’altro che semplici, in quanto, prescindendo da quanto possa essere impegnativo timbrare a mano l’enorme quantità di banconote, la massa monetaria non è immediatamente disponibile, bensì in gran parte circolante. Non solo, bisogna fare i conti con le importazioni clandestine di valuta ungherese.

Questo spiega il perché risulterà difficile, anche successivamente, regolarizzare la situazione e perché in città continueranno a circolare e ad essere usate valute diverse e non solo.

Attilio Depoli, testimone importante, in quanto sarà a capo dell’amministrazione cittadina all’epoca della seconda Costituente, così descrive la situazione:

“… omissis … a Fiume circolano le banconote austro ungariche, ma poiché si trascina la questione della bollatura di quelle esistenti in città, si cerca di ostacolarne l’importazione, mentre, man mano che in altri territori dell’ex Monarchia si provvede alla loro stampigliatura, le banconote rimaste ‘nette’ cercano di introdursi nei territori dove sono ancora riconosciute; hanno corso regolare (sic!) a Fiume anche le banconote bollate con timbro jugoslavo, ma sono guardate con una certa diffidenza che porta alla svalutazione. Si provvede anche ad assicurare il cambio della lira, fissandone il cambio, in conformità anche a disposizioni del Comando, ma ben presto il pubblico si abituerà ad accettarla come moneta corrente.”

Contemporaneamente alle corone fiumane, dunque, vengono usate corone sovrastampate con bollo croato, con doppio bollo, croato e fiumano, corone ungheresi senza sovrastampa, lire italiane ed altre valute, spiccioli in filler o in centesimi di lira, buoni cartacei in sostituzione della moneta spicciola, francobolli e così di seguito.

Il Dobrinic osserva che  il timbro “romano” veniva apposto anche su banconote già bollate da altre autorità statali, sanando anche eventuali falsificazioni, mentre in città erano liberamente accettate le valute estere.

Quel che è certo è che a Fiume circolava di tutto, senza limiti alla fantasia umana.

Il Sirsen  nel suo libro Fiume terra d’Italia – Storia postale, filatelica e numismatica della città del Quarnero riproduce, ad esempio, un “buono di cassa” dei “Servizi Pubblici della Città di Fiume”, stampato dalla tipografia Urania. Ne fornisce anche le caratteristiche: cm. 4 ½ per cm. 6 ½ , azzurro bleu su carta bianca, bianco al retro, valore: cent. 10 ripetuto agli angoli superiori ed al centro in basso.

Non considera, invece, nella descrizione il bollo a secco che vi è impresso, riportante anch’esso la scritta “Servizi Pubblici della Città di Fiume” con stemma al centro.

Il già citato Catalogo Rijecka Numizmatika menziona e riproduce anche un altro buono da 20 cent., dalle caratteristiche in tutto simili e con la stampa di colore verde; di un terzo da 50 cent., certamente esistente e di cui ho personalmente visto l'immagine, non è in grado di riprodurre la foto.

Esso, rileva come i buoni, in un primo tempo attribuiti al periodo 1920 – 1921, presentino una grafica assai simile a quella di alcune cambiali emesse con la dicitura “Stato di Fiume”. Ritiene quindi probabile che vadano collocati temporalmente dopo il 1922. Una conclusione definitiva non può essere raggiunta in assenza di documentazione d’archivio: comunque, essi devono essere messi in relazione alla confusione monetaria imperante nella città, quando ancora non esistevano disposizioni circa l’utilizzo delle monetine.

Vi è a questo punto la necessità di tornare all’opera di Giuseppe Sirsen. Egli fa ampio ricorso a fonti letterarie, ma non ha avuto la fortuna di poter attingere alle fonti documentali dirette, che gli avrebbero consentito di inquadrare correttamente anche dal punto di vista storico e cronologico le informazioni raccolte.

Nel suo ampio e preciso compendio troviamo che nell’opera La moneta Italiana – Un secolo dal 1870 (8) vengono annoverate tra le banconote “emesse per Fiume” anche quelle austro-ungariche stampigliate con stemma sabaudo. Il Sirsen nega questa possibilità, pur senza escludere che qualcuna di queste banconote abbia potuto anch’essa circolare in città.

Di diverso avviso pare il Dobrinic, il quale riferisce dell’esistenza di un documento a firma di D’Annunzio che incidentalmente porta l’impronta circolare con lo stemma dei Savoia. Ritiene conseguentemente possibile che il bollo, in dotazione agli uffici dell’esercito italiano per la legalizzazione di documenti, sia venuto in possesso dei dannunziani al momento dell’occupazione della città e sia stato utilizzato su alcuni valori.

Ancora, stralciato dal compendio del Sirsen, leggiamo un singolare ed illuminante avviso tratto dal quotidiano fiumano “Il Giornale” del 7.4.1919:

“Vendita carne a prezzo di calmiere – La sezione d’approvvigionamento rende avvisato il pubblico che a cominciare da giovedì nove corrente in tutte le macellerie verrà venduta carne bovina e vitellina al prezzo di Corone: ‘Timbro Fiume’ 20, corone jugoslave 24 per parte anteriore; e la parte posteriore a Cor. 24, timbro Fiume a Cor 28 jugoslave il Kg. La carne dovrà essere smerciata indistintamente con osso o giunta e per ora in quantitativi non superiori ad un kilogrammo per famiglia.La vendita delle frattaglie compreso le cervella dovrà pure seguire a peso ed ai prezzi fissati per la parte anteriore delle carni. I macellai i quali non si atterranno alle disposizioni emanate sarà loro senza altro tolta la licenza industriale. Ogni macellaio dovrà esporre chiaro il prezzo di vendita su apposita tabella.”

Ho voluto riportare l’intero avviso in quanto dallo stesso possiamo conoscere uno scorcio significativo delle difficoltà  quotidiane della vita in città. Ai nostri fini, tuttavia, quello che più interessa è la contemporanea circolazione di più valute con differenti valutazioni, cui anche il comune cittadino dovette rapidamente abituarsi, manifestando conseguentemente i propri differenti indici di gradimento per l’una o per l’altra.

La situazione si trascinerà senza soluzioni di continuità per tutta l’occupazione interalleata ed anche dopo l’ingresso dei legionari dannunziani. Con una lunga serie di Decreti, infatti, verranno prorogate di mese in mese le disposizioni circa la validità delle banconote sprovviste del nuovo bollo, definite “banconote jugoslave”.

Prima di passare all’epoca dannunziana, tuttavia, vanno spese alcune parole circa le banconote con sovrastampa tonda città di Fiume realizzata a macchina, menzionate dal già citato catalogo Standard Catalog of World Paper Money di Albert Pick. Tali banconote furono conosciute solo negli anni cinquanta, quando in un’asta ne venne esitata una notevole quantità. Nel citare la notizia, il catalogo avverte che l’autenticità di questa soprastampa non è provata. Personalmente ritengo che la timbratura a macchina di banconote circolate e spesso logore sarebbe stata tecnicamente ardua ed avrebbe comportato fortissimi scarti. Non si può ragionevolmente pensare, inoltre, al prelievo di riserve o all’importazione di valuta nuova di stampa,  per cui sono portato a condividere la giusta diffidenza dell’autore. Le banconote conosciute con tale tipo di soprastampa, per completezza, sono tutte quelle già menzionate con bollo a mano ed in più il 2 corone tipo del 1.3.1917 con serie oltre il 7000 e soprastampa Deutsch Osterreich. L’appendice del 1979 a “La moneta Italiana – Un secolo dal 1870” riproduce anche una banconota da 10.000 corone – tipo del 2.11.1918.