La riforma monetaria del periodo dannunziano a Fiume

17/11/2017 Oliviero Emoroso Moneta

Dal 12 settembre 1919, di pari passo con l’ingresso in Fiume delle truppe dannunziane, penetra efficacemente l’ideologia legionaria, la retorica nazionalista ed  il rifiuto o la diffidenza per quello che è “jugoslavo” o collegato con il nemico sconfitto. Siamo, però, lontano dall’abbandono della vecchia moneta.


Nel mentre perdura, infatti, la compresenza delle vecchie banconote austo-ungariche ed “jugoslave”, la cui validità continua ad essere prorogata, i problemi per la corona fiumana si stanno aggravando. Infatti, non solo occorre fronteggiare l’introduzione illegale delle banconote ungheresi e croate, ma anche il crescente fenomeno delle falsificazioni. Julian Dobrinic, autore di un bellissimo saggio sull’argometo, riferisce che i falsari sono diversi, tra essi anche tali Del Bello e Freddi. Costoro, fatti preparare dei “veri timbri” a Bec avrebbero provocato “una inondazione” di denaro con timbri falsi.


Il 6 ottobre 1919 il Comitato Direttivo del Consiglio Nazionale adotta due provvedimenti monetari sottoscritti dal Presidente dr. Grossich e dal nuovo Delegato al Commercio e Industria ing. Rubinich.
Il primo, Decreto n. 6273, sospende il divieto di esportazione delle banconote jugoslave, modificando così le precedenti disposizioni (d.to n. 9445) che stabilivano il divieto di esportazione di valori, valute, titoli, oro e argento.


Il secondo, Decreto n. 6274, è un provvedimento complesso, composto da nove articoli, che si propone l’importante obiettivo di regolare la circolazione monetaria, ma che se si rivelerà di efficacia tutto sommato modesta. Nei primi due articoli si dispone che “tutte le casse dello Stato, municipali, casse di risparmio, banche, istituti di credito, aziende private ecc.” versino “tutta l’eccedenza di cassa in valuta legale ‘Città di Fiume’ oltre le 200.000 corone” all’Istituto di credito del Consiglio Nazionale di Fiume. 

Nel mentre viene proibita la “tesorizzazione” di banconote ‘Città di Fiume’, all’Istituto di credito del Consiglio Nazionale di Fiume vengono attribuite funzioni permanenti di controllo: esso diventa in sostanza la banca di Stato.


Quello che maggiormente interessa gli appassionati di numismatica è l’art. 3:

“… omissis… Art. 3) La revisione della banconota ‘Città  Fiume’ sarà fatta unicamente e gratuitamente dall’Istituto di credito del Consiglio Nazionale. Tutte le Casse dello Stato, municipali, casse di risparmio, banche, istituti di credito, aziende private, ecc. dovranno accettare in pagamento banconote riconosciute dall’Istituto di credito del Consiglio nazionale. …omissis …”

Seguono norme tecniche finalizzate a dare attuazione al provvedimento, tra le quali la proibizione di esportare banconote “Città di Fiume”. All’art 8), inoltre, è disposto: “dal giorno 8 ottobre e fino a nuova disposizione, è proibito il versamento di banconote jugoslave in libretti di risparmio od a credito in conto corrente”.


Il Comitato del Consiglio Nazionale, per un verso, quindi, pone mano alla grande confusione monetaria in atto, cercando, in quanto possibile, di espellere dalla circolazione o almeno di disincentivare la presenza di “banconote jugoslave”.


Per altro verso, si propone di rivedere la cartamoneta sovrastampata “Città di Fiume” in modo da farne ufficialmente la valuta di Stato. Si deve notare che l’art. 3 del Decreto parla di  “revisione della banconota ‘Città  Fiume’”, al singolare. Non intende, pertanto, far riferimento a generiche operazioni di controllo delle banconote, ma rivedere proprio la banconota singola, cosa che non può avvenire che con una nuova soprastampa, da apporre sulle banconote già munite del bollo tondo.


Il Decreto 6274, volendo evitare che si ripeta la situazione già vista all’atto della bollatura disposta a marzo, che ancora si trascina non conclusa a distanza di molti mesi, definisce procedure dettagliate, che allora non erano state adottate. L’esito, tuttavia, sarà altrettanto infelice, anzi peggiore del precedente.


Soluzione definitiva al caos monetario sarebbe quella che preveda il divieto o il ritiro delle banconote Jugoslave. Essa è però impossibile! Fiume non può più contare sulla sua posizione strategica, che ne faceva lo sbocco a mare dell’impero; il porto è fermo, le industrie inoperose, molti negozi chiusi e la popolazione in gravi ristrettezze. Durante la ribellione dannunziana e l’isolamento economico e politico, la situazione si farà disperata e la forte presenza di militari e volontari farà nascere persino gravi problemi alimentari. In queste condizioni, vietare le banconote “jugoslave” sarebbe un colpo che la popolazione stremata che ne è in possesso non potrebbe sopportare. Di pari passo, le casse pubbliche, in condizioni non meno critiche, non potrebbero sopportare il prezzo del ritiro delle valute non ufficiali, neppure stampando nuova carta moneta: si innescherebbe un processo inflativo incontrollabile, in quanto la moneta fiumana è sostenuta da riserve di valori, oro e argento ampiamente insufficienti.


Si devono quindi operare scelte meno drastiche, con lo scopo di ridurre le monete che circolano impropriamente a favore di quelle con le nuove soprastampe.

Di queste soprastampe, disposte dal Consiglio Nazionale, parlano anche Antoniazzo e Ricotti nel loro già menzionato catalogo:

“Dal 3 novembre 1919 al 30 aprile 1920 si opera una seconda stampigliatura .”.

La nota poi così prosegue:

“Dal 1° maggio 1921 la moneta corrente è la lira italiana, sebbene non abbia ancora carattere di moneta legale. La corona fiumana fu ritirata, essendo stata calcolata sulla base del 12 per cento.”.

Vedremo che anche in queste pochissime righe sono contenute imprecisioni ed errori. Per il momento possiamo limitarci ad osservare come, nelle intenzioni del Consiglio, tutto il procedimento della nuova soprastampa poteva decorrere già dalla prima decade di ottobre; tenuto conto del tempo di preparazione, la data del 3 novembre è compatibile con la comparsa dei nuovi biglietti.


Julian Dobrinic sostiene che vennero timbrati con il nuovo bollo oltre 100 milioni di corone, di cui oltre la metà prive del timbro tondo. Non fornisce, però, traccia delle fonti di questo dato, cui personalmente stento a credere in considerazione della difficoltà di reperire le relative banconote.


Sono, invece, portato a ritenere che si siano verificati ostacoli certamente non legati soltanto alla difficoltà di rastrellare le banconote circolanti ed alla loro progressiva sostituzione o ad altre problematiche economico-monetarie. Penso ad un banale problema tecnico-pratico: la difficoltà della stampa del timbro di convalida.


L’Istituto di credito che, come abbiamo visto era l’unico soggetto competente alla revisione delle banconote, aveva predisposto una matrice piuttosto complessa, che doveva risultare difficilmente falsificabile. Della dimensione di 45 per 59 mm., era composta da un fitto ornato rettangolare con al centro un sigillo (stella a cinque punte)  e la scritta, contornata da cerchi concentrici, “Istituto di Credito del Consiglio Nazionale”. Su due nastri, uno in alto e l’altro in basso, erano inoltre apposte le scritte “Città di” “Fiume”.

Apporre un simile sigillo su banconote nuove non avrebbe comportato grandi problemi di stampa, ma certamente la tesaurizzazione di banconote austro-ungariche nuove di stampa, con o senza il bollo tondo Città di Fiume, doveva essere ridotta ai minimi termini. Al contrario, come già precedentemente messo in evidenza, la soprastampa a macchina di banconote usate dovette risultare molto difficoltosa ed essere rapidamente abbandonata.

I biglietti con timbro di convalida dell’Istituto di Credito del Consiglio Nazionale sono molto più rari di quelli con il solo timbro rotondo. Già a fine novembre non se ne trovavano quasi più in circolazione, mentre continuavano a circolare monete di ogni genere, come possiamo ricavare da questo gustoso brano satirico che il Sirsen stesso riporta dal libro D’Annunzio a Fiume (5), tratto dal giornale “Il Tappo” del 1° dicembre 1919.

“La carta che ha libera circolazione in Fiume è la carta col nuovo timbro ‘Città di Fiume’ fatto sulle banconote che avevano il vecchio timbro circolare con la stessa dicitura. Però le dette banconote per maggiore comodità del pubblico non si trovano quasi più in circolazione. Scopo di questa misura è evitare fastidi al pubblico. Così circola la moneta jugoslava. Qui bisogna distinguere. Ma è semplicissimo: alcune sono buone, altre sono false. Per capirlo basta guardare se sono buone. Le banconote senza nessun timbro non sono buone ma vanno lo stesso. Quelle da mille sono buone, ma nessuno le vuole. Quelle con timbro ungherese c’è chi le vuole e chi no. Quelle con timbro croato sono un po’ false, un po’ quasi false, un po’ buone. Poi ci sono le banconote cecoslovacche, poi quelle S.H.S. proprio quasi ufficiali, che circolano benissimo, poi quelle stiriano-carinziane, poi quelle con timbro rosso dell’Austria-tedesca. Queste vanno a seconda dei giorni.
Per il cambio della valuta italiana in corone, la cosa è più semplice ancora: basta leggere il bollettino di cambio che è per esempio 7,50. Il cambiavalute darà il 7,10, il caffè 6,50, il cappellaio 6, il cartolaio 5, il pizzicagnolo 4 e via dicendo. Ciò è fatto con il nobile intento di far sì che i ragazzini fiumani nel sentire queste cifre imparino la matematica senza andare a scuola.”.

Comunque, le autorità non restano inattive: con Decreto Legge 30 novembre 1919 n. 7210 vengono adottate norme concernenti il “trattamento delle banconote jugoslave  non provviste del nuovo bollo”. Questo decreto verrà prorogato sino al 31 gennaio 1920 dal Decreto Legge 7688-1919 del 31.12.1919, con alcune modificazioni. In particolare gli istituti di credito possono ricusare alcuni tipi di versamento, in banconote non convalidate con il nuovo bollo, sopra le 40.000 corone ed inoltre viene liberalizzata l’introduzione nel territorio cittadino “di banconote jugoslave non provviste di nuovo bollo” “per importi inferiori alle 1000 corone”.


In verità qualche miglioramento nella situazione di caos monetario si verifica nei mesi successivi all’emissione dei nuovi biglietti, soprattutto se si tiene conto che i numerosi legionari e volontari giunti in città hanno contribuito a modificare la massa di denaro circolante a favore delle lira italiana. Inoltre, la diffidenza, se non il rifiuto, verso  le valute non legali cresce progressivamente, di pari passo con l’inflazione.


Ad aprile la situazione è matura per un passo di grande importanza, i cui effetti saranno gravi, ma non insopportabili per le misere condizioni di vita della popolazione. Sul Bollettino Ufficiale del Consiglio Nazionale di Fiume del 23 aprile 1920, infatti, viene pubblicato il Decreto Legge n. 2060, sottoscritto dal presidente del Comitato Direttivo Antonio Grossich e dal Delegato alle Finanze Idone Rudan così rubricato: “Decreto Legge riflettente l’adozione della lira italiana quale base di computo dell’economia statale e comunale”. Esso entra in vigore il 1° maggio 1920. Si badi bene la lira italiana viene adottata quale “base di computo dell’economia” e non quale valuta legale.

Torna alla mente quanto in precedenza citato da Antoniazzo e Ricotti; essi non erano troppo lontani dal vero nell’affermare che la moneta corrente diventava la lira italiana, sebbene non avesse ancora carattere di moneta legale, salvo che per un piccolo particolare: quello che indicavano succedere dal 1°.5.1921 succedeva ben un anno prima!


Gli elementi fondamentali del decreto-legge sono contenuti nei primi due articoli:

“art. 1. A partire dal 1.o maggio 1920 viene adottata quale base di computo dell’economia statale e comunale la lira italiana; da questo giorno le imposte dirette ed indirette, le tasse, i diritti di dogana, i dazi di consumo, i dazi di monopolio, portuali, postali, scolastiche, i noli finanziari e tutte le analoghe contribuzioni verranno computate e liquidate in lire italiane.”
“art. 2.  Il pagamento delle contribuzioni di cui è cenno all’art. 1, fino alla effettiva introduzione della lira italiana, potrà venire effettuato, oltrechè in tale valuta, in corone Città di Fiume, oppure in una delle valute estere  notate nel listino che verrà di volta in volta pubblicato dal Delegato alle Finanze e che fisserà i relativi ragguagli.”

Nell’art. da 3 a 10 seguono norme contabili e tecniche; di particolare interesse, però, l’art. 6:

“art. 6. Dal giorno 1 maggio 1920 in poi tutte le casse pubbliche sono autorizzate ad effettuare i pagamenti in una delle valute previste all’art. 2 del presente decreto-legge.”

In definitiva: le casse pubbliche, non disponendo di sufficienti riserve in lire, potranno effettuare i propri pagamenti, si pensi agli stipendi degli impiegati pubblici, in una qualunque delle valute ammesse al cambio, in base al listino ufficiale. Tutti i pagamenti, effettuati dalle casse pubbliche o alle stesse, potranno essere fatti sia in lire, sia in una delle valute ammesse. Gli importi dovranno essere calcolati in base al valore di cambio fissato dalle autorità.

Un esempio: “le tasse postali”: la cartolina per l’Italia veniva comunemente spedita con una tariffa di 15 centesimi di corona. Dal 1° maggio, essendo il rapporto di cambio di circa 5 corone per una lira, deve essere affrancata con 75 centesimi di corona.


L’effetto di tali misure si può facilmente immaginare, anche se altri provvedimenti paralleli servono ad attenuarne le conseguenze: alcune imposte e tasse vengono commisurate in lire, alla pari.
L’adozione di un provvedimento di questo tipo non può non aver tenuto conto del fatto che la situazione monetaria si era in buona parte evoluta: la lira era molto più diffusa, il pubblico si stava abituando ad accettarla come moneta corrente. L’aumento fino a cinque volte di alcune tasse e tariffe pubbliche era certamente importante, ma le autorità valutarono che poteva essere complessivamente sopportato, come effettivamente avvenne.


Tra agosto e settembre del 1920 la situazione politica appare in movimento: si sviluppano gli eventi che porteranno, l’otto settembre, alla proclamazione solenne della Reggenza Italiana del Carnaro. Il sistema democratico involve a favore di una concezione maggiormente plebiscitaria ed autoritaria dello Stato, impersonato da d’Annunzio. Pochi giorni dopo, il 12, vengono emessi i nuovi francobolli con valore facciale in lire che riproducono l’effigie del Comandante.


Sul Bollettino Ufficiale della Reggenza Italiana del Carnaro del 30 settembre viene pubblicato un ulteriore decreto, questa volta a firma dello stesso d’Annunzio, oltre a quelle di: Il Rettore dell’Interno e della Giustizia avv. Icilio Baccic e p. Il Rettore delle Finanze e del Tesoro ing. Luigi Bescocca. Con questo Decreto n. 10/920, datato 29.9.1020, “si permette l’uso unicamente di francobolli della Reggenza Italiana del Carnaro e del Regno d’Italia, in luogo di spezzati” e cioè di moneta spicciola. In soli quattro articoli si pone fine al problema della mancanza di spiccioli in moneta legale, mai coniati durante il precedente periodo.


Bisogna qui osservare che la forte svalutazione delle corone aveva comunque già attenuato l’esigenza delle monetine, in quanto il relativo ruolo veniva in parte assolto dalle stesse banconote di piccolo taglio. Si erano poi diffusi, come già esposto, succedanei di vario tipo. In base all’art. 2 del decreto, a partire dal 1.10.1920 viene vietato

“L’uso d’ogni altro succedaneo degli spezzati, che non siano i francobolli della Reggenza Italiana del Carnaro e del Regno d’Italia”.

Spesso i francobolli, per comodità dei consumatori, vengono contenuti in appositi astucci, generalmente dischetti di alluminio da un lato ed in materiale trasparente dall’altro, realizzati da commercianti ed altre ditte private. E' il caso di quelli realizzati dalla Casa della Moda di Fiume.