Navi della R.M. Militare a Fiume durante l'impresa di d'Annunzio 1919 - 1920 (PARTE A)

30/07/2017 Oliviero Emoroso Storia postale

PARTE A: LA STORIA

Quando Costanzo Rauci, alla guida di un’autoblindo spezza la sbarra al posto di confine di Cantrida. inizia,  di fatto, l’Impresa di Fiume.
Prima di mezzogiorno, la Fiat 501 rossa che trasporta il Comandante Gabriele d’Annunzio, unitamente alla colonna delle automobili e dei mezzi legionari sono ai Giardini. E’ un tripudio di folla, mentre tutte le campane e le sirene del porto suonano a festa. Nel frattempo i volontari di Host Venturi occupano i punti chiave della città.

Le navi italiane avevano ricevuto l’ordine di salpare.
Di quelle presenti in porto, tuttavia, solo la corazzata Emanuele Filiberto, che ospitava il Comando Superiore Navale di Fiume ed il cacciatorpediniere Stocco poterono uscire. I legionari fecero il possibile per trattenere a terra gli equipaggi, nella speranza di un’adesione in massa delle navi presenti alla causa dannunziana. L’altra grande nave corazzata, la Dante Alighieri, infatti, parte del cui equipaggio aveva fraternizzato con la folla tumultuante, ritenne prudente rinviare la partenza al giorno 13, ma non riuscì a salpare, ottenendo dal Comando dell’Alto Adriatico, unitamente ad alcune altre unità rimaste fedeli, di restare ancorate a Fiume quale simbolo “governativo” della presenza italiana.

Passò direttamente alla causa dannunziana il cacciatorpediniere Francesco Nullo (equipaggio 69 uomini) ed il suo comandante.
Da Pola giunse il R. Esploratore Mirabello, ancoratosi al molo lasciato libero dall’Emanuele Filiberto. Una parte dell’equipaggio, formato da 169 uomini, riuscì a scendere a terra passando dalla parte dei ribelli (figura 1).

Mentre le navi degli alleati lasciavano Fiume, giunse a Fiume, sulla torpediniera 1PN, l’ammiraglio Nunes, il quale, alzate le insegne sulla Dante Alighieri, prese il comando delle navi rimaste fedeli al Governo.

Entrarono, invece, in porto per unirsi ai legionari la torpediniera 66 PN (in guerra dal 30.5.1918, equipaggio: 25 uomini) ed, il 21 settembre, la nave sussidiaria da trasporto Cortellazzo (il vecchio incrociatore Marco Polo, equipaggio: 394 uomini).
Aderirono progressivamente all’impresa di Fiume alcuni mas, imbarcazioni veloci con 8/15 uomini di equipaggio; tra questi ultimi il n. 22 (in servizio dal 29.7.1916), sul quale giunse a dar man forte sin dal settembre 1919 il mitico comandante Luigi Rizzo, cui venne affidato il comando della piccola Marina Militare Legionaria. Si aggiunsero successivamente i mas 88, 109, 110 e 310 (tutti in servizio nel 1918).

L’adesione di Luigi Rizzo alla causa fiumana fece enorme scalpore, in quanto egli godeva di grande fama per l’affondamento della corazzata Wien nel porto di Trieste, per aver partecipato alla c.d. Beffa di Buccari e soprattutto per l’affondamento, con il suo mas 22, del gioiello della flotta austriaca, la corazzata Szent István. 

Il c.t. Francesco Nullo, la nave Cortellazzo, la torpediniera 66 PN ed il mas 22 costituirono la piccola flotta che partecipò alla spedizione di Zara il 14.11.1919. Gabriele d’Annunzio ed il suo Stato Maggiore erano imbarcati sul c.t. Nullo; seguiva la nave Cortellazzo, con imbarcato un piccolo corpo di spedizione ed il naviglio più leggero. Il convoglio partì poco dopo la mezzanotte del 13, a luci spente; all’alba venne avvistato, ma alle 9,00 del mattino era in prossimità di Zara. Il Governatore Millo, allertato da Roma, mandò incontro al convoglio il C.t. Indomito Quest’ultimo, tuttavia, incrociando il Nullo, schierò l’equipaggio sul ponte, rendendo gli onori ai rivoltosi e scortò la spedizione a Zara. Qui, le navi attraccarono alle 10,00 mentre tutte le campane suonavano a festa e la folla in tripudio accorreva sui moli. L’impresa di Zara, restò, come noto, un mero atto dimostrativo, senza conseguenze concrete, ma di grande impatto mediatico (figura 2).

Il giorno 8 dicembre1919, ad opera di alcuni ufficiali dannunziani, venne catturato al molo Sanità, nel porto di Trieste e condotto a Fiume, il cacciatorpediniere Agostino Bertani (equipaggio: da 78 a 105). Comandante e parte dell’equipaggio, preferirono, comunque, trasferirsi sulla Dante Alighieri, rimanendo “governativi”.

Il primo dicembre 1920, in prossimità dell’epilogo dell’occupazione dannunziana, le navi presenti nel porto di Fiume ricevettero l’ordine di salpare immediatamente. Le navi “governative” “inutilizzate”, perché non se ne impadronissero i legionari, non riuscivano ad accendere e dovettero essere prese a rimorchio; si trattava del R. espl. Mirabello, e del R.c.t. Abba. Avevano l’ordine di allontanarsi, inoltre, la torp. 1 PN, gli esploratori Riboty e Falco e la R. torp. Calipso. Anche la Dante Alighieri accese i motori, ma i legionari misero di traverso la nave Cortellazzo all’entrata del porto, in modo da sbarrarne l’uscita (figura 3).
Il 6 dicembre da Pola, dove era concentrato il grosso della flotta italiana, arrivarono per schierarsi con D’Annunzio alcune ulteriori unità: i R. cacciatorpediniere Espero (in servizio dal 1905, equipaggio: 55) e Pilade Bronzetti (in guerra dal dicembre 1915, equipaggio da 78 a 105), oltre alla torpediniera d’alto mare 68PN (in guerra dal 8.6.1918, equipaggio: 25 uomini).
Le speranze dannunziane parvero assumere nuova linfa da queste adesioni; le tre unità ultime arrivate, con il Nullo, la Cortellazzo, il Bertani, la 66 PN ed alcuni mas rappresentarono, nelle ultime settimane, la Marina di Fiume. Ma ormai si stava giungendo allo stato di guerra, con l’ultimatum che imponeva di permettere di uscire dal porto alle navi governative e di consegnare quelle ribelli.

Differentemente da quanto avvenne a terra, dove si accesero combattimenti, non si arrivò allo scontro tra le navi addette al blocco e quelle fiumane.
Nel pomeriggio del 26 dicembre, la corazzata Andrea Doria, spintasi ad 800 metri dalla costa, iniziò il bombardamento con le proprie bocche da 152 mm. L’unica nave presente in porto apparentemente disposta ad affrontarla, era il c.t. Espero, che riportò diversi danni. Bordate piovvero anche su alcune attrezzature portuali e contro il Palazzo del Governo (figura 4).