L’AUTONOMISMO FIUMANO ED IL MISCONOSCIUTO ZANELLA

28/04/2020 Oliviero Emoroso Stato libero

Il più noto, ancorché oggi misconosciuto, tra i politici del Carnaro fu certamente Riccardo Zanella (fig. 1), principale esponente dell’autonomismo fiumano.

I - La lotta per l’italianità e l’autonomia di Fiume  (sino al 1914).

Il Partito Autonomo fiumano venne fondato dall’avvocato Michele Maylander, il quale, da primo cittadino, aveva progettato, assieme all’industriale Luigi Ossoinack, l’impetuosa crescita economica della città, verificatasi nell’ultimo scorcio del secolo XIX°.

Dal 1870, infatti, in un clima politico di grande collaborazione con un gruppo di facoltosi industriali, lo Stato Ungherese aveva investito molti milioni di corone nel potenziamento dei trasporti, delle ferrovie, nell’ampliamento del porto. Erano stati costruiti i magazzini generali; era nata la compagnia di navigazione Adria e si erano sviluppate molte nuove industrie.

La luna di miele, tuttavia, era durata un ventennio, incrinandosi quando, nel Governo ungherese, avevano iniziato a prevalere gli orientamenti nazionalistici tesi a mortificare ogni espressione autonoma delle comunità locali.

Iniziò un processo di magiarizzazione della città, accompagnato dall’immigrazione di una consistente quota di personale ungherese che andò ad occupare soprattutto gli uffici ed i sevizi pubblici.

Inevitabilmente, per contraltare, le aspirazioni autonomiste acquisirono forza e cominciarono a dotarsi di proprie organizzazioni.

Nel 1896, Zanella, ancora ventunenne, ma già considerato un elemento pericoloso dalle autorità ungheresi, fu accolto nello studio dell’ing. Ossoinack, divenendo ben presto segretario politico, oltre che “anima e propulsore” del Partito Autonomo.

In quello stesso anno, capitanò un gruppo di giovani nella clamorosa protesta contro l’applicazione delle scritte bilingui sul tram elettrico, sfociata nel rovesciamento di alcuni vagoni.

Nel 1901 il Partito Autonomo subì una scissione: l’avv. Maylander ed alcuni maggiorenti del partito candidarono al Parlamento ungherese Teodoro Batthyàny, in contrapposizione allo stesso Zanella, per conto di un’ala più avanzata del partito.

Zanella venne sconfitto, ma si prese la rivincita l’anno successivo, alle elezioni municipali, alle quali corse contro la “Lega Autonoma” filogovernativa. Nel 1905 venne eletto deputato al Parlamento di Budapest, schierandosi nelle file dei “quarantottisti”, i quali si rifacevano agli ideali dei rivoluzionari del 1848.

Come deputato, riuscì ad ottenere, in deroga al divieto allora esistente, l’approvazione dello Statuto dell’Associazione Italiana Autonoma, che poté di conseguenza organizzare riunioni e manifestazioni politiche e culturali italiane.

Come Presidente del Consiglio Scolastico, invece, promosse a Fiume la riforma del sistema scolastico in senso filo italiano.

Non riuscì, invece, per veto dell’Imperatore, a creare il vescovado di Fiume, indipendente dalla diocesi di Segna e neppure a far sostituire la guarnigione militare, costituita dal reggimento croato n. 79 intitolato a Josip Jelacic.

Seppe, infine, instaurare proficui contatti con il giornalista raguseo Francesco Supilo, fondatore del movimento per l’indipendenza jugoslava, aiutandolo ad ottenere la residenza fiumana e sostenendone l’azione per la creazione della futura Jugoslavia, sulla base di un accordo tra Serbi e Croati.

Supilo poté godere della libertà di stampa allora esistente a Fiume e divenuto deputato della Dieta croata, partecipò, quale rappresentante della stessa, al Parlamento ungherese.

Zanella riteneva, a ragione, che il sostegno alle aspirazioni nazionali croate avrebbe favorito, in base ad un principio di reciprocità, l’autonomismo fiumano e l’italianità di Fiume.

All’avvicinarsi del conflitto mondiale, le ingerenze governative e le violazioni delle prerogative civiche, sancite dal diploma teresiano di costituzione del “Corpus separatum”, andavano intensificandosi.

Anche in città il partito quarantottista, in cui militava Zanella, si contrapponeva alla politica filo-governativa, apertamente magiarizzatrice ed a quella bellicista austro – germanica del “Partito del Lavoro” di Stefano Tisza.

Lo scontro raggiunse il culmine con l’introduzione  della “polizia di confine”, ovvero della polizia di Stato, in luogo di quella comunale, addetta al mantenimento dell’ordine pubblico.

Nelle durissime elezioni del 1910  la macchina elettorale filo governativa riuscì a far prevalere il proprio candidato. Seguì lo scioglimento della Giovane Fiume, organizzazione antigovernativa che già guardava all’irredentismo italiano; il bando del Vice Podestà Antonio Baccich, che riparò ad Ancona ed infine, le dimissioni del Podestà autonomista Francesco Vio.

Tuttavia, la popolazione di lingua italiana premiò appieno Zanella nelle elezioni, per la carica di Podestà, del 1914. La sua nomina non ebbe seguito per la mancata convalida imperiale, in quanto venne accusato di uno “pseudo attentato contro il governatore Wickenburg” (1).

II – La guerra e le trattative di pace (1914 – 1919).

Il 1° agosto 1914 scoppiò la guerra. Pochi mesi dopo, in ottobre, venne soppressa la testata autonomista “La Voce del Popolo”, in quanto dannosa per gli interessi dell’Austria – Ungheria.

Il 5 giugno dell’anno successivo, poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia, venne sciolto il Consiglio Municipale di Fiume, di orientamento autonomista - irredentista ed il Governatore Wickenburg designò alla carica di deputato Andrea Ossoinack, figlio dell’industriale Luigi.

Nel 1917 venne introdotto il bilinguismo negli atti municipali e molti appartenenti alla Giovane Fiume vennero internati.

Nel frattempo, Zanella, mandato sul fronte russo, si era consegnato prigioniero ai Russi i quali lo avevano subito liberato, in quanto italiano irredento, mentre in Ungheria veniva condannato a morte, ancorché contumace.

Da lì, raggiunta l’Italia, iniziò una campagna per la revisione del Patto di Londra e per l’annessione di Fiume. Quando, il 17 novembre 1918, i Croati occuparono la città, si installò davanti alla porta dell’ufficio del Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando sino a quando ebbe notizia dell’avvenuta occupazione interalleata.

A fine novembre poté fare ritorno a Fiume, dove venne accolto, davanti ad una folla festante, dal Presidente del Consiglio Nazionale Italiano Antonio Grossich.

Come noto, sui tavoli delle trattative di pace, a Parigi, le cose per l’Italia non andavano molto bene; prendeva piede il detto di Clemanceau: “Fiume c’est la lune”, a significare che l’annessione era un sogno irreaizzabile.

Il Regno S.H.S., troppo giovane per manifestare mire egemoniche sul mar Adriatico, attirava le simpatie del Presidente americano Wilson e veniva incontro alle aspettative francesi, che ambivano ad installare nel porto fiumano una base navale che rappresentasse una testa di ponte per i loro interessi nel mediterraneo orientale.

Fu in questa fase che l’unionista Zanella si riconvertì all’originaria idea autonomista nel sostenere gli sforzi della diplomazia italiana per strappare la creazione del c.d. Stato Libero.

Giovanni Dalma, il quale fu stretto collaboratore di Zanella, illustra alcune motivazioni di questa scelta.

1) La prima, la più consistente, è la posizione geografica all’estremo confine  orientale dell’Italia, che avrebbe penalizzato la città, per la mancanza di un entroterra. Fiume si configurava, piuttosto, a parere di Zanella, quale sbocco al mare del bacino centro – danubiano. La presenza dello Stato Libero non avrebbe innescato la competizione spietata con i Croati ed avrebbe quindi favorito lo sviluppo economico e commerciale, risultando un vantaggio anche per l’Italia.

A dimostrazione Dalma cita l’esperienza successiva di Porto Barros che, dopo la cessione alla Jugoslavia, era affollato di navi, con altre in attesa di poter attraccare nella rada, mentre il grande bacino di Fiume era deserto.

2) La seconda è collegata al fatto che l’Italia dei primi anni ’20 non era più l’Italia delle libertà: arditismo e dannunzianesimo e poi, fascismo e massimalismo, la stavano trasformando. La battaglia per Fiume Stato Libero avrebbe quindi significato, per Zanella, battersi per la democrazia ed il progresso sociale, contro le forze irrazionali del totalitarismo nazionalista.

3) Infine non sarebbero stati estranei alla scelta il carattere passionale ed intransigente dell’uomo politico, e quindi un motivo personale. Egli vedeva tra gli esponenti dell’annessionismo alcuni dei suoi avversari politici, quali il podestà Antonio Vio e l’on. Andrea Ossoinack.

III - Zanella e d’Annunzio, l’inconciliabile dissidio (1914 – 1920).

Il 12.9.1919, inizia l’impresa di Fiume. Non entrerò qui nel merito né della stessa, né delle relative cause, limitandomi ad evidenziare la profonda diversità, anzi, la contrapposizione tra d’Annunzio ed il suo oppositore Zanella.

Inizialmente Zanella sembrò considerare il gesto di d’Annunzio come un’occasione storica. Il 13, infatti, gli scrisse: “ Maestro, con l’animo colmo di vivissima riconoscenza per l’atto altissimo da Ella compiuto per la redenzione della mia città natale, Le invio la mia fervida adesione e l’espressione della mia devozione sincera…” (2).

Nell’occasione, negava anche appassionatamente di essersi opposto all’annessione all’Italia e sembrava intenzionato a recuperare il pessimo concetto che il poeta si era fatto di lui.

Già durante il primo incontro fra i due, avvennuto il 18 settembre 1919, appena una settimana dopo l’occupazione legionaria, quelle righe di ammirazione, anzi di devozione, assunsero, però, un significato molto più formale.

Secondo il prof. Dalma, Zanella confermò la propria condivisione dell’impresa a condizione che “fosse limitata nel tempo e nei fini e si adeguasse ai superiori interessi del Paese”.

La franchezza della dichiarazione irritò immediatamente il Comandante, il quale, a parere del Dalma, era abituato ad avere attorno “politici fiumani proni ai suoi piedi”.

Nel colloquio, d’Annunzio si sarebbe abbandonato a dichiarazioni gravissime, asserendo che l’impresa di Fiume era soltanto il primo passo di un movimento “militare – nazionale”, capeggiato dal duca d’Aosta, teso ad occupare Roma, sciogliere il Parlamento, destituire il Re ed instaurare una dittatura militare.

Ciò avrebbe indotto Zanella a partire immediatamente per Roma ed a denunziare questi progetti al Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

Di segno completamente opposto il resoconto di Silvino Gigante (3).
A suo dire, Zanella voleva dividere con d’Annunzio l’onore dell’impresa, per poterlo manipolare a suo piacimento, salvo poi scoprire che egli non era disposto ad accettare i suoi consigli.

Per tale motivo sarebbe corso a Roma a trattare circa “le direttive e l’atteggiamento della città, quasi che ne fosse il legittimo rappresentante”.

Al ritorno avrebbe avuto “un solenne rabbuffo” dal Comandante che non poteva tollerare una tale slealtà.

Entrambe le versioni appaiono, piuttosto superficiali e dettate da partigianeria. Una fotografia fedele ed un acuto esame delle ragioni dell’esito infelice di quell’incontro lo fornisce, invece, Giovanni Stelli (4).

La sincera adesione all’impresa, espressa da Zanella, includeva una riserva. Occorreva, a suo parere, tenere in conto la difficile situazione internazionale ed interna. L’impresa era un atto di forza e di ribellione, vantaggioso per Fiume, ma pericoloso per il Paese, in quanto elemento di disgregazione dell’esercito e della credibilità dell’Italia. Quindi, doveva concludersi in fretta.

In sostanza, Zanella aveva una visione politica liberale e democratica, che lo spingeva a muoversi in un quadro legalitario ed istituzionale, mentre d’Annunzio partiva da presupposti rivoluzionari diametralmente opposti, auspicando una “palingenesi nazionale” da attuare senza eccessive remore legalitarie che, spazzata via la vecchia casta, potesse provocare un profondo cambiamento politico e sociale.

Stelli non si pronuncia sull’affidabilità delle rivelazioni circa la possibile macchinazione golpista, imprudentemente enunziata da d’Annunzio.

Sottolinea, piuttosto, il rischio che egli percepiva dalla collaborazione di Zanella: quest’ultimo, con le conoscenze e capacità di cui disponeva avrebbe potuto non solo collaborare, bensì orientare gli organismi istituzionali locali, quali il Consiglio Nazionale, finendo per determinare un dualismo di potere tra Consiglio stesso e Comando dannunziano.

La rottura definitiva si consumò nel secondo incontro, svoltosi il giorno 8 ottobre, al ritorno di Zanella da Roma. Dopo un burrascoso colloquio, nel quale rifiutò di sottomettersi ad ogni restrizione delle proprie libertà, fu accompagnato alla porta e, successivamente, informato da Host Venturi che il Comandante lo considerava “nemico della patria”, impedendogli, praticamente, ogni attività politica.

Zanella, con un sotterfugio, riparò a Roma, da dove intraprese una ferma opposizione contro il Governo dannunziano.

Il 26 ottobre si svolsero le elezioni su lista unica per il Consiglio Comunale e Nazionale. Votarono 7154 elettori su 10444 aventi diritto e di questi 6888 votarono la lista dell’Unione nazionale.

Il leader dell’opposizione, dall’esilio romano, fece un appello a non votare, vedendo nella competizione elettorale uno strumento per rafforzare il potere di d’Annunzio che avrebbe screditato il diritto all’autodecisione.

Tappa importante per l’opposizione zanelliana fu, poi, l’offerta di soluzione della questione fiumana effettuata dal generale Badoglio, in rappresentanza del Governo italiano, verso la fine di novembre, il c.d. “modus vivendi”.

Il Governo riconosceva il diritto della città di Fiume a decidere il proprio futuro e si impegnava a non accogliere in nessun caso soluzioni che separassero la città dalla madrepatria. I legionari sarebbero stati sostituiti da truppe regolari e si promettevano aiuti economici.

D’Annunzio, ben informato dell’attività dell’opposizione zanelliana, non aveva interesse a far conoscere i termini del modus vivendi, in quanto i propri orientamenti erano già in tutt’altra direzione. Ma, nella notte tra il 29 ed il 30 novembre, gli attivisti zanelliani riuscirono ad affiggere clandestinamente un volantino che ne riportava il testo, con l’invito ai Fiumani ed alle Fiumane a far sentire la propria voce (fig. 2).

Le decisioni del Comandante, nel frattempo emergevano sia dalle controproposte formulate il 29, sia dal sequestro del cacciatorpediniere Bertani, sia dall’impresa di Zara e dallo scalpore che la stessa fece a livello internazionale, facendo intravvedere come la questione fiumana andava allargandosi.

L’oltranzismo del Comando non era condiviso da tutti, tanto che in quelle settimane si manifestò il dissenso del maggiore Reina e di alcuni comandanti di reparto.

Il 15 dicembre, a riprova dell’efficacia della propaganda zanelliana, il Consiglio approvò a grande maggioranza le proposte italiane ed il Comandante, cogliendo le incrinature che si stavano verificando nel blocco che sinora l’aveva sostenuto, promise una consultazione plebiscitaria sull’argomento.

Quando ormai era chiaro l’orientamento del voto, favorevole all’accoglimento del modus vivendi, tuttavia, d’Annunzio colse il pretesto di alcuni disordini svoltisi nelle sezioni elettorali, per sospendere lo spoglio ed invalidare le elezioni.

Seguì il famoso discorso o, secondo la definizione zanelliana, “il trucco” dell’urna inesausta, con il quale contrappose alle urne di una città cambiata ed intristita, l’anima eroica dei fiumani che versa la fede e l’amore inesauribile” (per l’Italia). Così la proposta governativa venne respinta.

Particolarmente significativa, inoltre, la lettera, di cui riferisce ancora Stelli, che Zanella indirizzò, si presume, a Nitti, l’undici aprile 1920.

Essa fa riferimento ad una controversia di lavoro, di cui d’Annunzio si era fatto mediatore, rientrata dopo due giorni di sciopero. Paventa che le promesse di aumenti salariali siano deluse, causa lo stato disastroso delle finanze cittadine, e che i socialisti massimalisti, in gran parte slavi ed ungheresi, possano prendere il sopravvento.

Il 20 aprile, in verità, lo sciopero generale riprese ed il Comando, bloccata militarmente la sede del sindacato dove si erano riuniti 2000 operai, ne arrestò 500, privi della cittadinanza fiumana, facendoli poi espellere dalla città.

Ma la parte più interessante della lettera è quella in cui Zanella insiste sui dissidi all’interno dei legionari. Riporta l’esposto del capitano dei Carabinieri Rocco Vadalà, con cui il medesimo lamenta l’atteggiamento fortemente antimonarchico di esponenti dannunziani i quali arrivavano ad insultare i carabinieri fedeli al Re e conclude chiedendo di poter abbandonare con essi la città.

Sollecita quindi un intervento armato governativo contro il “disastroso ed illegale regime” in atto, visto l’atteggiamento succube del Consiglio Nazionale, la contrarietà di gran parte della popolazione e le divisioni del fronte legionario.

Il 20 gennaio l’ex sindacalista anarchico Alceste De Ambris divenne Capo di Gabinetto, in sostituzione del moderato Giuriati; in alcuni ambienti legionari andavano nel frattempo affermandosi tendenze repubblicane e socialisteggianti.

Il 12 giugno 1920 Zanella, rivolse al Parlamento italiano una petizione in cui ancora una volta si chiedeva di por fine al regime illegale in atto a Fiume rivolgendo al governo dannunziano un vero e proprio atto d’accusa, articolato in 16 punti.

Si denunciava la soppressione della libertà di stampa, di opinione, di riunione e di propaganda politica, persecuzioni ed incarcerazioni, malversazioni di ogni genere, la corruzione morale dilagante, la sfrenata propaganda antimonarchica ed anti istituzionale. Veniva lamentata la tolleranza del Governo e delle autorità militari e la reticenza ad un intervento che avrebbe spazzato via un regime osteggiato da “tutto il popolo fiumano, eccezion fatta al massimo per 2000 persone esaltate ed irresponsabili”.

La petizione, trasmessa dalle camere al Governo perché ne riferisse, determinò una replica tramite un pro – memoria a firma De Ambris ed Host Venturi. E’ stato osservato che la replica, essendo nella sostanza una difesa, di fatto riconosceva il ruolo di Zanella quale principale oppositore politico di d’Annunzio.

Essa terminava con la frase “L’Italia potrà mandare a Fiume le sue truppe regolari solo se e quando decida l’annessione della città”.

IV – Lo sgombero e le elezioni della Costituente fiumana (21.4.1921).

A Fiume, oggi Rijeka, la figura di Zanella è stata recentemente riscoperta. Il Consiglio Comunale, in preparazione delle iniziative della città capitale della cultura europea dell’anno 2020, gli ha intitolato una piazza (fig. 3). Meglio sarebbe dire un largo, quello davanti al Palazzo del Governatore (già piazza Museo).

La cosa non ha mancato di sollevare un’accesa polemica politica all’interno del Consiglio Comunale, ma l’iniziativa è andata in porto, in nome, penso, di un ritrovato spirito di collaborazione tra Croati ed Italiani in ambito europeo (anche la Croazia fa parte da qualche anno dell’U.E.).

Sul giornale locale, rivolto alla minoranza italiana, “La Voce del Popolo” è anche uscito un articolo (5) in cui si rievocano le vicende dello Stato Libero di Fiume, dell’assedio del Palazzo del Governatore, della resa e dell’esilio, ricostruite attraverso “Il Libro Rosso” (6), in cui lo stesso Zanella raccolse i ricordi di quei momenti e la cui storia pare oggi tanto lontana.

Zanella, fino a tarda età, ebbe anche intenzione di scrivere un’opera più vasta, mai realizzata ed allo scopo, raccolse alcune paginette di appunti, un manoscritto trovato e pubblicato da Danilo L. Massagrande (7).

Dei tragici avvenimenti vi è quindi la testimonianza diretta del principale protagonista.

Non manca neppure il resoconto di segno completamente opposto, quello già citato di Silvino Gigante, fratello del Sindaco Riccardo Gigante.

Il 12 novembre 1922 venne sottoscritto tra Italia  e Regno S.H.S. il Trattato di Rapallo, ratificato dal Senato italiano il 22 dicembre, a stragrande maggioranza.

L’art. III attribuiva Arbe e Veglia al Regno S.H.S. ed il IV, prevedeva la formazione dello Stato Libero di Fiume. In base ad un accordo segreto, una porzione del porto, già Porto Barros, il c.d. porto legnami, sarebbe rimasto ai Croati.

Quello che ne seguì è ampiamente noto: il restringimento del blocco militare e l’ultimatum del gen. Caviglia, il Natale di Sangue e lo sgombero dei legionari, l’addio di d’Annunzio ed il suo ritiro nella villa di Cargnacco a Gardone Riviera.

I pochi dannunziani rimasti sprofondarono nello sconforto, mentre la parte politicamente moderata prendeva le distanze dal Sindaco, Riccardo Gigante e dai suoi trascorsi, inducendolo alle dimissioni.

A Fiume si formò un Governo Provvisorio, Segretario l’avv. Salvatore Bellasich e Presidente l’anziano dr. Antonio Grossic, di cui facevano parte parecchi membri del primo Consiglio Nazionale. Compito principale dello stesso doveva essere la preparazione delle elezioni per l’elezione della Costituente, organo legislativo delllo Stato Libero.

I combattimenti tra dannunziani e truppe regolari non erano stati privi di conseguenze funeste: 53 morti, 207 feriti, 5 ponti, 2 viadotti e molte case distrutte. Tutto questo, però sembrò interessare poco o nulla.

Nella città, duramente provata da ristrettezze interminabili ed affamata, la sofferenza veniva forse data per scontata.

Zanella ed i suoi recriminarono lungamente sulla doppiezza della politica italiana e persino sulla condotta delle truppe italiane che avevano proceduto allo sgombero.

Nei suoi appunti, Zanella ripercorre, infatti, sinteticamente il travagliato confronto che portò alla decisione di porre “fine all’avventura ed al regime medievale tragicomico di d’Annunzio”.

Egli riteneva l’azione tardiva; avrebbe auspicato molto prima il sostegno governativo ad una azione armata dei suoi seguaci, che avrebbe consentito l’intervento delle truppe regolari in appoggio ai rivoltosi e la liberazione della città.

L’esercito, inoltre, avrebbe manifestato le proprie connivenze con d’Annunzio anche durante l’attacco.

Il gen. Ferrario, il quale comandava il settore di Castua, infatti, avrebbe iniziato le operazioni con piccoli gruppi, nel pomeriggio del 24, allo scopo “evidente di frustrare il colpo a sorpresa preparato per il mattino seguente”, secondo il piano stabilito.

Il gen. Faccini, responsabile del settore di Sussak “era in pieno accordo coi dannunziani” e non avrebbe fatto nulla per evitare che i ponti venissero fatti saltare.

L’aspetto su cui insiste molto è anche quello del mancato rastrellamento delle armi. Racconta che “dopo settimane di attesa” si fece una raccolta solo parziale, ma ammette che per il trasporto furono necessari “21 piroscafi, 5 treni e centinaia di camions”.

Critica, infine, le modalità dell’allontanamento degli elementi facinorosi e turbolenti estranei alla città che, anziché essere trattati con fermezza, risolvendo definitivamente il problema, vennero blanditi e persino pagati.

In città, come scrive il prof. Dalma, rimasero indisturbati molti fascisti, oriundi da altre parti d’Italia.

Il 24.4.1921 ebbero luogo le elezioni della Costituente fiumana.
L’analisi di Zanella, circa l’isolamento politico di d’Annunzio in città, trovò conferma nelle urne.

Soprattutto negli ultimi mesi del blocco, la popolazione aveva sofferto moltissimo. La mancanza di materie prime aveva provocato la sospensione di ogni attività industriale, una marea di disoccupati, miseria e fame.

Agli occhi dell’elettorato, inoltre, gli unionisti avevano fallito nel processo di annessione e non avevano saputo cogliere la mano tesa dell’Italia che offriva alla città gli aiuti necessari, fornendo persino adeguate assicurazioni sul processo di pace, con il “modus vivendi”.

Non senza un po’ di tendenziosità Giovanni Dalma sottolinea l’atteggiamento del Governo italiano che, formalmente inflessibile nei confronti di d’Annunzio, non lo era stato nei confronti dei fascisti, inducendo così la maggioranza dei fiumani “a desistere dalla posizione annessionistica ed a ripiegare su quella realistica dello Stato Libero”.

Molto più realisticamente, però, pesarono sui risultati la grave situazione sociale, lo sconvolgimento della vita quotidiana e le privazioni subite da molti mesi.

Circa la campagna elettorale gli autonomisti lamentarono uno svolgimento illiberale, a senso unico, facendo presente che i fascisti, unitamente al Blocco Nazionale, “detentori del potere”, poterono manipolare le liste a proprio piacimento, inserendovi regnicoli ed ex legionari, cui veniva concessa la cittadinanza per l’occorrenza.
Al contrario alla lista autonomista sarebbe state concesse due sole riunioni in luogo chiuso.

Dal lato opposto venne, invece, evidenziata una eccessiva ingenuità degli attivisti del Blocco, a fronte dell’esperienza navigata dei zanelliani, che operarono “sott’acqua”.

Il Partito autonomista di Zanella, con il simbolo della Torre Civica, ottenne 8000 voti contro i 2800 del Blocco Nazionale.

Una vittoria “schiacciante” a parere dei vincitori, una vittoria “inattesa” con una “maggioranza non grande, ma pure una maggioranza indiscutibile” secondo gli sconfitti, ottenuta con l’appoggio dell’elettorato croato, secondo i fascisti.

Personalmente, al di là della scontata pochezza dell’analisi delle ragioni della sconfitta da parte dei sostenitori del blocco unionista e fascista, mi colpisce un aspetto.

Ossia: la rottura con gli elementi moderati del Consiglio Nazionale di Fiume e l’incapacità di operare distinzioni all’interno del blocco avversario, come pure la netta contrapposizione con la politica italiana, operata da Zanella, anche con argomentazioni piuttosto artificiose e non scevre da qualche personalismo di troppo.

Egli, sin da principio, dimostrò incapacità a svolgere una adeguata politica di alleanze, malgrado le conoscenze ed entrature di cui disponeva, fatto che avrebbe tragicamente segnato il destino del suo esperimento politico.

V – La travagliata vita dello Stato libero (ottobre 1921 – marzo 1922).

Quando ormai si profilava l’affermazione della lista autonomista, i fascisti, capeggiati dall’ex podestà Riccardo Gigante, fecero un tentativo estremo per invalidare le elezioni: dettero l’assalto al Tribunale ed impossessatisi delle urne e delle schede elettorali, le bruciarono in P.za Dante.

Gigante, “per ogni evenienza” aveva allertato il fascio di Trieste e dell’Istria, ma, forse a causa di un ripensamento di Host Venturi, incaricato dei collegamenti, l’azione fu tardiva.

Il Presidente della Commissione elettorale dott. Nachtigall, infatti, riuscì a mettere in salvo il verbale, già completato ed a consegnarlo alle autorità italiane per la promulgazione dei risultati.

Si scatenò, tuttavia, un susseguirsi di violenze da parte dei fascisti, con l’aiuto del Fascio triestino, arrivato a dare man forte. Attorno alla casa di Zanella vi fu un nutrito conflitto a fuoco, conclusosi dopo diverse ore con la fuga degli assediati.

Il Governo Provvisorio, che aveva ormai esaurito il principale compito e cioè la realizzazione delle elezioni, privo delle simpatie di entrambi gli schieramenti, dovette rassegnare le dimissioni a favore di Salvatore Bellasich.

Le violenze fasciste continuarono ed il 27 aprile i fascisti occuparono il municipio e costituirono un governo eccezionale con “dittatore” Riccardo Gigante.

E d’Annunzio?

Con valide ragioni, si è sostenuto e si sostiene che il Poeta – soldato non fu fascista. Va considerato, piuttosto, un intellettuale dai molteplici volti, un rivoluzionario, disposto all’uso della forza, quando essa serve per risolvere una situazione altrimenti irrisolvibile.

Un sognatore, che aveva in mente un progetto più grande che non l’impresa fiumana, un progetto di rinnovamento sociale ed economico, in parte delineato negli Statuti Carnarici, che comprendeva il diritto di voto universale e persino idee molto avanzate, per i suoi tempi.

Si è anche osservato che fu il fascismo ad assorbire simboli, motti, vari input, come i rapporti tra d’Annunzio e Mussolini fossero difficili e come egli abbia subito una sorta di prigionia dorata da parte del regime.

Mai, tuttavia, come in questa fase, d’Annunzio fu vicino al fascismo. Una vicinanza militante, espressa dalla sua residenza di Gardone Riviera.

Su “La Nuova Riscossa”, bisettimanale del fascio Fiumano di Combattimento (8), compare a tutta pagina il suo appello del 27 aprile “Al popolo di Fiume” a stringersi attorno a Riccardo Gigante, “uomo di fede intemerata e di fegato secco”, per far fronte al pericolo.

L’appello prosegue “… vi rimando il pugnale votivo che le vostre donne indomite mi offersero nella Madre Chiesa del Popolo di San Vito… Fu benedetto da un sacerdote armato… Dio vi assolverà se me lo renderete insanguinato per la Buona Causa …omissis…” (fig. 4).

Parole sinistre, in un periodo in cui le violenze fasciste stavano già imperversando ed a poco più di un anno dalla Marcia su Roma.

Comunque, per spegnere il fuoco e far recedere il tentativo fascista, dovette intervenire il ministro plenipotenziario d’Italia Carlo Caccia Dominioni, il quale, preoccupato del clima di violenza, fece opera di mediazione e forte del riconoscimento del Governo di Roma, confermò l’avv. Bellasich Commissario straordinario.

Peraltro, la situazione di anarchia e la violenza del confronto politico indussero Zanella con alcune centinaia di cittadini (nel manoscritto di Zanella 4.000) a riparare temporaneamente in territorio jugoslavo, a Buccari. Zanella venne invitato a Roma per colloqui sulla situazione fiumana, che lo stesso, tuttavia, considerò mere pressioni indotte dal sen. Contarini e dagli esponenti della minoranza sconfitta.

Dopo alcune settimane il Governo italiano, d’intesa con quello jugoslavo, inviò a Fiume il capitano di vascello Foschini, già comandante della corazzata Dante Alighieri, in qualità di Alto Commissario, anche allo scopo di condurre le trattative per la costituzione di un consorzio portuale italo – jugoslavo entro il 15 luglio.

Le violenze, tuttavia, non cessarono, né avvenne il più volte reclamato rastrellamento delle armi, né l’espulsione degli elementi più facinorosi.
Il 25 giugno il Ministro Sforza ammise, davanti alla camera dei Deputati l’esistenza dell’accordo segreto per la cessione di Porto Nazario Sauro (ex Porto Barros).

La sera successiva, una manifestazione di protesta vi si recò, issando il tricolore sul faro in fondo alla diga. La manifestazione si ripeté il giorno dopo, ma i ponti per il Delta erano sbarrati da un cordone di carabinieri ed il passaggio vicino al ponte di Sussak da un cordone di alpini.

Questi ultimi fecero fuoco sulla folla uccidendo 5 persone e ferendone una ventina.

Le conseguenze politiche dei fatti travolsero, come noto il Governo e con esso il progetto di consorzio portuale. Il nuovo Governo fu affidato Al Presidente del Consiglio Bonomi.

Esso indusse i vari partiti del Blocco, ad eccezione dei fascisti, a consentire “un esperimento del governo zanelliano”.

Il 5 ottobre il gen Luigi Amantea, succeduto a Foschini, convocò, infine, l’assemblea Costituente, che poté insediarsi in una città militarizzata “in una specie di stato d’assedio”. Gli accessi alla piazza davanti al Municipio erano sbarrati, infatti, da un triplice cordone di carabinieri.

Già nella seduta di insediamento, il discorso di Zanella creo scalpore nell’opposizione, in quanto dopo aver attribuito la libertà ed indipendenza di Fiume “al generoso materno appoggio” ed ai sacrifici della Nazione italiana, aggiunse “e grazie pure alla nobile condiscendenza dello Stato dei Serbi, Croati e Sloveni”.

A dire il vero, Zanella, al di là dei proclami di rito, non fu mai tenero con le autorità italiane che accusava delle più varie connivenze e macchinazioni.

Nel suo manoscritto osserva che il Governo italiano colse l’occasione della presenza di una forte quantità di truppe a Fiume “per impossessarsi di sorpresa del porto e delle ferrovie di Fiume” e fece firmare al gen. Amantea un decreto antidatato, riguardante beni dei quali non aveva diritto di disporre, ancorché a titolo cautelativo degli interessi erariali italiani.

Contesta anche una “parziale conversione della moneta”, che lungi dal recepire come aiuto economico, intese come favore alla Banca Italiana di Sconto ed ai falsificatori delle banconote fiumane.

L’aspetto su cui più fortemente si concentrò la denuncia di Zanella fu, in ogni caso, l’ordine pubblico, la cui situazione non poteva migliorare, in quanto esso era rimesso ai carabinieri, composti in gran parte da elementi non fiumani, i quali simpatizzavano con i fascisti.

Emblematico fu l’attentato contro lo stesso Zanella, compiuto al termine della seconda seduta della Costituente, quando un petardo, stante alla versione dei fascisti, ma più verosimilmente una bomba a mano, venne lanciata contro l’automobile di Zanella infrangendone i vetri.

Il Governo fiumano ordinò l’istituzione di una propria Guardia di Stato, reclutando circa 700 elementi (fig. 5), ma non riuscì a comperare armi e divise in Italia in quanto le autorità italiane non vollero assumersi la responsabilità del relativo transito. Per l’acquisto dovette quindi rivolgersi a Vienna.

La creazione della Guardia di Stato rappresentò, in verità un ulteriore motivo di polemica e dissidio, né riuscì ad arginare le violenze politiche, anzi, parve rinfocolarle, con la ormai palese connivenza dei carabinieri. 

Si insinuò, in particolare, che molte guardie fossero state reclutate tra i croati, ma a questo, Zanella replicò, tempo dopo, con un telegramma pubblicato dai principali giornali italiani, nel quale smentiva la cosa e faceva presente che a Fiume scorrazzavano impuniti non più di 150 individui, per lo più regnicoli e pregiudicati, i quali armati di fucili e bombe, seminavano il terrore.

La disastrosa situazione dell’ordine pubblico rendeva, comunque, “impossibile ogni lavoro, ogni riforma, ogni disposizione amministrativa…”

A fine ottobre, Zanella venne chiamato a Roma per discutere di Porto Barros, del porto, delle ferrovie e di un prestito che consentisse alla città di risollevarsi dalla difficilissima situazione economica.

Il ministro Della Torretta, affidò le trattative al Sen. Contarini. Dopo un mese e mezzo di trattative si arrivò ad un compromesso con il quale il Governo italiano assicurava un prestito di 250 milioni, da versarsi in rate mensili, purché il Governo di Fiume riconoscesse la lira italiana come moneta legalmente circolante.

L’erogazione del denaro, tuttavia, non seguì i tempi auspicati dal leader fiumano di modo che il Governo fiumano si trovò in difficoltà a far fronte a 12 milioni di lavori pubblici ordinati e che avrebbero dovuto dare un po’ di respiro ai lavoratori da troppo tempo disoccupati.
Zanella considerò questo un evidente tentativo di sabotaggio.

Nel suo manoscritto, elenca una serie di fatti che ritiene costituiscano le prove della “doppiezza e della congiura delle autorità italiane contro la libertà e l’indipendenza e persino lo sviluppo economico di Fiume”.

Il 6 dicembre, al rientro da Roma, un fascista issò una bandiera del Regno d’Italia sul palazzo del Governo. Zanella la fece togliere in quanto non era quella dello Stato Libero, ma il Colonnello dei Carabinieri la rimise a posto onde evitare possibili disordini.

Per la verità questo episodio denota anche la rigidità di Zanella, nei confronti della Nazione che sino a quel momento aveva nutrito la città di Fiume.

Il 23 fece allontanare i Carabinieri dal Palazzo del Governo, ritenendo che non offrissero garanzia di sicurezza, ma anche in quanto ormai il Palazzo era presidiato dalla Guardia di Stato.

Il 31 dicembre il Governo di Fiume concesse in affitto alla Standard Oil Company un’area portuale per l’impianto di un grande stabilimento per il commercio di petrolio con la Jugoslavia e l’oriente, con una spesa di circa 20 milioni. Le autorità italiane, tuttavia, che occupavano “abusivamente” il porto e le ferrovie si rifiutarono di dar corso al contratto.

Anche a questo proposito, pur nel rispetto della legittima decisione di uno Stato sovrano, non si può tacere il fatto che una simile decisione non sarebbe stata certamente gradita al Governo italiano, qualsiasi ne fosse il colore. Zanella fu carente nelle modalità della scelta, che necessitava di accurata preparazione diplomatica.

Molto grave l’episodio del 31 gennaio, giorno in cui ebbe luogo la terza seduta della Costituente.

All’uscita, al termine della riunione, contro di lui vennero gettate tre bombe, una delle quali esplose a pochi centimetri di distanza, ferendolo leggermente.

L’attentatore venne arrestato da una guardia e consegnato ai Carabinieri, i quali, però, lo rilasciarono rifiutando persino di aprire un’inchiesta. Da quel momento le sedute della Costituente vennero sospese e Zanella finì per vivere, praticamente prigioniero, nel Palazzo del Governo.

Lo conferma Silvino Gigante: “Come il capo dello stato era prigioniero nel fastoso palazzo del governo, i suoi pretoriani erano prigionieri nella caserma Diaz”.

L’11 febbraio si fu prossimi al colpo di Stato. 150 fascisti armati assaltarono gli uffici della polizia alla stazione, a Mlacca, a Cosala ed a Drenova. L’assalto alla Questura, però, venne respinto. Anche in questa occasione, i Carabinieri lasciarono i fascisti liberi di scorrazzare per la città, fermare, perquisire, sequestrare. La notte, infine, venne invaso l’ufficio telegrafico e dovette essere sospeso il servizio telegrafico e telefonico.

Dall’opposto punto di vista: “… la notte dell’11 febbraio la prima schiera di guardie calanti in città fu assalita da una risoluta squadra fascista, che la costrinse a battere in ritirata”. I fascisti, lamentavano anche aggressioni da parte dei questurini zanelliani, soprattutto di notte, nelle periferie.

Nel Libro Rosso sono riportati tutti i telegrammi di protesta e denuncia che Zanella inviava, invano, alle autorità italiane in occasione dei vari episodi.

Il giorno stesso, scrisse al Presidente del Consiglio che era stata organizzata una vera e propria caccia all’uomo contro i questurini della Guardia di Stato, facendo presente che gli stessi non potevano ristabilire l’ordine in quanto la competenza del servizio pubblico era ancora dei carabinieri.

Bonomi rispose deplorando l’accaduto e fornendo assicurazioni poi non rispettate.

Il 14 giunsero a Fiume i deputati Giuriati, nazionalista e Di Stefano, fascista. Svolsero riunioni ed inviarono a d’Annunzio un telegramma di saluto, con l’augurio di porsi presto a capo della “Nazione” prode.

D’annunzio rispose, a detta di Zanella, ordinando la mobilitazione.

Il 19 febbraio venne incendiato un vagone di merci per la Questura; il 22 vennero lanciate due bombe contro gli uomini di guardia al Palazzo di Governo; il giorno dopo si spararono fucilate contro le finestre degli uffici; il 25 i fascisti arrestarono un tram e percossero l’autista che non aveva aderito allo sciopero indetto contro il licenziamento di due loro colleghi.

Il 26 febbraio vennero sospesi, per mancanza di sicurezza pubblica, i servizi notturni di poste, telegrafi, tramways, mentre il 28, in occasione del matrimonio di un capo delle bande armate venne messa a soqquadro la città lanciando bombe e sparando.

Tutti gli episodi vennero puntigliosamente denunciati alla Legazione dei Carabinieri e con i numerosi telegrammi spediti a Roma.

Il 1°.3.1921 avvenne l’episodio più importante, che scatenò il drammatico epilogo. Scrive letteralmente Zanella nel manoscritto rinvenuto da Massagrande:  i “… fascisti assassinano per ragioni d’interessi un loro compagno già espulso dal Fascio”. Si fa riferimento al pisano Alfredo Fontana.

Diversa, ovviamente, la versione di Silvino Gigante: “La sera del primo marzo, un giovane fascista … mentre stava conversando con la fidanzata, fu circondato da quattro individui – teppisti o guardie in borghese? – i quali, dopo essersi assicurati ch’era inerme, lo freddarono a colpi di rivoltella”.

Nella notte i fascisti lanciarono sette bombe contro il palazzo del Governo, ferendo una guardia ed il giorno successivo “… ordinano la chiusura, per segno di lutto, di tutti gli uffici, fabbriche, scuole, lavori ecc.”. Assaltarono anche la delegazione di Drenova.

Zanella, informato che era in preparazione qualcosa di grosso, avvertì il Comando che era giunto da Trieste l’on. Giunta, recatosi ad Abbazia per reperire armi pesanti. Inviò, inoltre, un telegramma, con richiesta d’aiuto al Presidente del Consiglio Facta ed al Ministro degli Affari Esteri Schanzer.

Malgrado le assicurazioni del Comando, nella notte tra il 2 ed il 3, i Carabinieri consentirono ai fascisti l’occupazione di tutti gli uffici, compreso il telegrafo ed il telefono ed alle 5,00 del mattino venne sferrato il primo attacco contro il palazzo del Governo.

Zanella confidava ancora nell’intervento dei Comandi militari, in particolare nel gen.  Spreafico, comandante delle truppe nella piazza di Abbazia, ma l’esercito, evidentemente, non aveva titolo per intervenire.

Iniziò poco dopo l’assedio al palazzo, dove Zanella ed i suoi seguaci si difesero per diverse ore.  Il palazzo fu circondato e vennero tagliati luce, acqua e telefono.

Commenta Silvino Gigante: “Per costringere gli assediati alla resa, fu chiusa la conduttura che portava l’acqua al palazzo, ma ciò poco valse, chè, essendo le cantine piene di vino – erano gran bevitori gli zanelliani! – essi se ne servirono per mettere in azione le mitragliatrici …omissis… “.

Scrive ancora Zanella: “… cominciano le fucilate e le mitragliatrici dai tetti delle case circostanti. Si tira specialmente dal parco e dall’edificio della Legazione italiana.

Dal deposito dell’Ufficio Edile … vediamo carabinieri nascosti dietro mucchi di sassi tirare continuamente contro il palazzo”.

Alle 11,00, “con la cooperazione dei funzionari regnicoli del Governo Marittimo” i fascisti ottennero l’appoggio del Mas 89, di una R. Torpediniera e del rimorchiatore Clotilde. Solo il C.T. Orsini si rifiutò di aiutare i ribelli, “ammonendoli che non sapendo essi maneggiare il cannone potrebbero colpire gli abitanti”.

Contro il Palazzo furono sparate 32 cannonate.

Alle 12,30 Zanella, il quale, probabilmente nella concitazione del momento, fraintese l’entità delle forze in campo (a duo dire “2500 fascisti di cui 1950 stranieri, cioè regnicoli italiani, … 600 carabinieri, un migliaio di soldati di fanteria ed i cannoni della R. Marina”), decise la resa e fece issare bandiera bianca (fig. 6).

Per Ernesto Cabruna, il quale partecipò personalmente, tra le file degli assedianti, che elenca nominativamente, sarebbero da annoverare tre caduti, tra cui un brigadiere dei Carabinieri, 13 feriti e poco più di 200 combattenti (9).

Sarcastico il finale di Silvino Gigante: allora un gruppo armato, con a capo Attilio Prodram, “entrò nella rocca conquistata, dove, nascosto in una camera appartata, pallido e tremante, trovò il malcapitato dittatore, che dovette la sua salvezza all’intervento di un ufficiale di quei carabinieri ch’egli aveva voluto allontanare da Fiume, perché troppo partigiani”.

Arrestato, dunque, assieme al suo braccio destro, dott. Mario Blasich, e costretto a firmare le condizioni di resa, venne trasportato con il Mas 89 a Pola, da dove riparò a Belgrado.

VI – Conclusioni.

Vorrei concludere con alcune considerazioni.

Zanella ebbe indubbiamente il merito di cogliere, meglio di altri, le potenzialità di sviluppo della sua città, consapevole che Fiume, come pure Trieste, potevano giocare un ruolo importante, per il vastissimo bacino croato e centro danubiano.

La sua idea di autonomismo trovava radici giuridiche profonde, sia nell’impianto asburgico del porto franco, sia in quello teresiano del corpus separatum.

Con il crollo dell’Impero Austro Ungarico e l’affermazione delle diverse nazionalità, occorreva scegliere e la scelta, in una città dalle caratteristiche così specifiche, in cui la lingua, le tradizioni, la cultura portava in grande maggioranza verso l’Italia, sembrava inevitabile.

Egli intuiva, tuttavia, che se l’italianità di Fiume non poteva e non doveva essere mortificata, occorreva allo stesso tempo mantenere una buona collaborazione con la Nazione jugoslava ed in generale con i popoli che premevano alle spalle e tramite Fiume si affacciavano al mare.

La creazione di uno Stato autonomo, di uno Stato cuscinetto, con una propria fisionomia specifica, avrebbe arricchito le potenzialità della città ed avrebbe scongiurato lo scontro, che effettivamente poi vi fu, con le tragiche conseguenze che tutti conosciamo.

L’autonomia fiumana, quindi, rappresentava una soluzione pratica, di buon senso e per tale motivo egli, dopo alcuni ondeggiamenti verso l’idea dell’annessione, tornò alla sua originaria idea autonomista.
Il percorso da seguire per la realizzazione della stessa era quello legalitario ed istituzionale, proprio di un liberale democratico quale era e da esso, nonostante il clima di violenza in cui si trovò immerso, non si discostò mai.

Come spesso accade, passare dalla teoria alla pratica non è facile e nel momento in cui ebbe le sue occasioni, non riuscì a realizzare le proprie aspirazioni e fallì.

Il fallimento fu dovuto a diverse cause.

In primo luogo quando rientrò a Fiume dopo la guerra, trovò un clima di grande passione, con il Consiglio Comunale unionista che calamitava con forza le aspirazioni generali.

Con i personaggi dell’unionismo locale, però, non riuscì mai a legare fino in fondo ed a stringere alleanza, mettendosi in competizione con quelli che considerava i “maggiorenti” e facendo crescere in loro la diffidenza e gli anticorpi nei confronti dell’autonomismo e delle sue ragioni.

Si aprì, successivamente il confronto con l’impresa di Fiume e con d’Annunzio, tanto che qualcuno ha visto in Zanella l’anti – d’Annunzio.

A ben vedere, però, il confronto è impari e prende significato solo se compariamo i modelli di governo che i due personaggi propugnarono.

D’Annunzio, infatti, aveva una personalità straripante, era un trascinatore ed aveva dalla sua una visione politica più vasta della questione fiumana.

Egli, come abbiamo detto, vedeva sullo sfondo una “palingenesi nazionale”, di cui l’Impresa era solo un primo passo, che, spazzata via la vecchia casta, potesse provocare un profondo cambiamento politico e sociale.

Le sue aspirazioni, in un certo senso rivoluzionarie, gli consentivano di rompere gli schemi legalitari e di fare un uso, ancorché strumentale, della violenza.

Zanella, invece, pensava ad una continuità sociale, ad un impianto giuridico legalitario ed istituzionale, radicato nel liberalismo democratico.

La sua città ideale era al centro di un futuro che poteva sfuggire allo sconquasso prodotto dalla guerra, ai cambiamenti ormai irreversibili ed agli enormi interessi in gioco, rifugiandosi in una dimensione localistica.

L’ultimo aspetto che colpisce durante la breve esperienza dello Stato Libero è, come già accennato, l’isolamento politico in cui avvenne la caduta.

Eppure vi fu un momento in cui Zanella avrebbe potuto, nonostante il clima generale, sfruttare l’occasione per dimostrare le potenzialità dello Stato autonomo di Fiume. Fu quello in cui il neocostituito Governo Bonomi indusse i partiti del Blocco, con la sola eccezione dei fascisti, a fare un “esperimento del governo zanelliano”.

Lo intuiamo dalle parole dello storico Silvino Gigante, esponente dei suoi più acerrimi avversari: “Per quanto non godesse punta simpatia tra l’elemento nazionalista e patriottico in generale, pure avrebbe potuto vincerne facilmente l’opposizione, se si fosse accontentato di fare in apparenza soltanto il presidente dell’assurda repubblichetta, orientandosi verso l’Italia e facendosi guidare da Roma, ma egli ebbe la stupida ingenuità di prendere sul serio sé stesso e lo stato indipendente”.

Zanella non seppe incunearsi nella divergenza creatasi nel blocco avversario. Influì forse il carattere focoso, ricordato dal prof. Duma, o magari una dose di massimalismo.

Fatto sta che la rottura con gli elementi moderati del Consiglio Nazionale di Fiume non si ricompose mai. Al contrario, egli manifestò una sorprendente incapacità ad operare distinzioni all’interno del blocco avversario, ad esempio tra uomini moderati, legati alla monarchia, bollati tout court “regnicoli”, nazionalisti e fascisti.

In tal modo allontanò anche coloro che avrebbero potuto allearsi con lui nella difesa delle istituzioni, gettando acqua sul fuoco di quella sciagurata consuetudine alla sopraffazione che pareva funestare la vita politica fiumana da alcuni decenni.

Non seppe sfruttare, infine, come avrebbe potuto, le ampie conoscenze ed entrature che aveva a Roma, tra i suoi stessi amici liberali. 

Su questo credo abbia influito più che la mancanza di tatto, la sottovalutazione dei sentimenti cresciuti intorno alla questione fiumana, l’investimento culturale, oltre che economico, fatto dalla classe politica italiana su Fiume.

Alcuni spunti polemici, come ho avuto modo di sottolineare, non erano propriamente opportuni ed anche alcune scelte economiche, magari dettate da necessità, possono essere parse troppo nette, anzi anti italiane, ai governanti dell’epoca.

Penso alla polemica sulle modalità dello sgombero dei legionari, alle rigide posizioni assunte sul  tema del porto e delle ferrovie, alla denuncia della presunta doppiezza da parte di funzionari governativi con delicati incarichi di mediazione, alla contestazione dei tempi di erogazione del prestito concesso dallo Stato italiano, all’attribuzione di un contratto di vitale importanza alla Standard Oil.

La classe politica italiana venne accumunata in un’unica e pressoché indistinta condanna di doppiezza e connivenza assieme al Governo italiano, ai suoi funzionari, ai rappresentanti locali, all’esercito, ai carabinieri, ai fascisti autori delle violenze.

I suoi telegrammi e le richieste di intervento dovettero suonare nei palazzi romani come la solita lamentazione di chi, relegato in provincia, non conosce le pastoie della burocrazia ed i delicati equilibri che reggono il potere.

Ebbene, come noto, l’isolamento politico è foriero di tragiche crisi.


(1) “Testimonianza su Fiume e Riccardo Zanella” del prof. Giovanni Dalma: tratto dal sito www.italia-resistenza.

(2) La Vedetta d’Italia 12.10.1919.

(3) Silvino Gigante, “Fiume negli ultimi cinquant’anni”, Rivista Fiume, anno VI, I° e II° semestre 1928, tipogr. La Vedetta d’Italia.

(4) Giovanni Stelli, “L’azione politica di Zanella e l’irreversibile rottura”, Quaderni n. 25, a cura di Raul Pupo e Fabio Todero, ed. Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste.

(5) Roberto Palisca, “Il libro rosso che racconta la resa di Riccardo Zanella”, La Voce del Popolo, 4.2.2020.

(6) Riccardo Zanella, “Libro Rosso sui rapporti del Governo di Fiume col Regio Governo d’Italia, con speciale riguardo ai precedenti del colpo di mano del 3.3.1922” a cura del Governo di Fiume, Società Editoriale Fiumana, 1922.

(7) Danilo L. Massagrande, “Un manosritto inedito di Riccardo Zanella sulle vicende fiumane dal dicembre 1920 al marzo del 1922”, Fiume, rivista di studi fiumani (nuova serie), n. 33 anno XVII, I semestre.

(8) “La Nuova Riscossa”, bisettimanale del fascio Fiumano di Combattimento, Anno II n. 20 del 2.5.1921.

(9)  Ernesto Cabruna, “Fiume 10.1.1921 – 23.3.1922”, tipografia Zizzini, Montegiorgio (Marche), 1932.